Spesso mi viene detto “Mio figlio ha qualcosa che non va” o mi viene chiesto di parlare con il figlio o la figlia di qualcuno per risolvere situazioni di un certo tipo.

  •  “Mio figlio ha poca voglia di studiare, lo puoi vedere?”
  •  “Nostro figlio non ascolta e risponde male, puoi parlargli?”
  •  “La mia bambina fa sempre i capricci, puoi seguirla tu?”

Oltre a precisare sempre che non sono psicologo ma coach e che se vi sono problematiche psicologiche o psichiatriche è bene che si rivolgano a chi ha competenze in quel settore, chiedo di poter fare alcuni incontri con i genitori.

Pochissimi sono disposti a farli.

È più facile dire “Mio figlio ha qualcosa che non va”.

Possono accettare di partecipare ad un incontro per spiegare la situazione, ma mettersi a lavorare su sé stessi, nemmeno per idea. Secondo questo approccio il problema sono i figli: pertanto loro devono cambiare, capire, comprendere, apprendere… i genitori no.

Quindi oggi ti faccio il punto della situazione, piaccia o non piaccia. 

Tuo figlio è il risultato di pensieri, atteggiamenti, comportamenti e azioni dei genitori.

Comincia a dire: “Se mio figlio ha qualcosa che non va, forse sono io la causa”.

Ogni espressione del viso dei genitori, ogni sbuffo con la bocca, ogni scelta che hanno fatto, ha indirizzato in qualche modo il figlio nell’essere ciò che è, per copiatura, o per rifiuto, quindi è ciò che è perché lo sono loro o perché non vuole essere come loro. 

I figli vogliono poche semplici cose: essere amati e compresi, essere accettati e non sempre giudicati negativamente.

Quindi il figlio ha dei comportamenti derivanti da una loro personale interpretazione della realtà che li circonda.

Spesso le loro reazioni sono un modo anomalo, errato, eccessivo peri comunicare un disagio. Se il loro bisogno è comunicare un disagio, dire al figlio “ti mandiamo da un mental coach” significa dirgli/le “sei guasto, non vai bene, non ci piacciono i tuoi risultati, non gradiamo chi sei e ti vorremmo diverso, quindi ti mandiamo da qualcuno che ti ripara”. 

È un buon messaggio? No.
È proprio nella direzione opposta rispetto alle esigenze dei figli.

Il messaggio che un genitore dovrebbe inviare è “Io ti amo per come sei”. 

Quando invece sono i genitori a venire in prima persona per un percorso di crescita e miglioramento, stanno dicendo al figlio: “Noi genitori vogliamo migliorarci in questo ruolo e andiamo a lavorare su noi stessi per poterti stare accanto nel migliore dei modi, perché se hai bisogno, noi ci siamo”. 

Inoltre, se io ed il ragazzo lavorassimo insieme e raggiungessimo degli obiettivi è molto probabile che in seguito, tornando a casa, si ritrovi nuovamente immerso negli stessi atteggiamenti, riceva le stesse risposte, si confronti con lo stesso modo di pensare ed ecco che tutto il lavoro verrebbe reso vano.

Noi costruiremmo e a casa distruggerebbero.

Capisco che, come nel rapporto di coppia è più facile dire che è il/la partner a sbagliare e a non andare bene, allo stesso modo è più facile dire che è il figlio/a a dover cambiare. 

Il cambiamento deve iniziare da te genitore, perché da occhi esterni, te lo assicuro, è chiaro perché i tuoi figli fanno ciò che fanno e sono ciò che sono. 

Dipende da voi. 

Sto alimentando il senso di colpa? Assolutamente no.

Sto dicendo che devi essere parte attiva del cambiamento che desideri.

Devi acquisire gli strumenti che ti permottono di creare un ambiente di cambiamento.

Ciò che è stato, è stato. Non mi interessa e non voglio additare nessuno. Ci mancherebbe altro. Ogni genitore fa del proprio meglio con le risorse e le competenze che ha.

Ma se ciò che è stato fatto sino ad ora ha portato a risultati migliorabili, è ora di cambiare le cose, agendo sulla radice, i genitori, e non sulla foglia, i figli.

Se volete che le cose migliorino, dovete mettervi in gioco, aver il coraggio di farlo al più presto.

Se ciò che conta sono loro, i figli, si parte da qui.



Fabio Salomoni




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