I tuoi figli non parlano più con te. lo so, me lo dite in tante e io non so cosa pensare perché in quella frase c’è tutto e non c’è nulla.

Quel “non parla più con me” significa che non parla più con lei come faceva quando era più piccino e si confidava con la mamma oppure significa che si è alzato un muro di ostilità e non c’è più alcun dialogo?

Prendiamo in esame entrambe le situazioni:

  1. un figlio/a che parla con la mamma ma che, nel suo cambiamento, ha modificato la relazione con lei
  2. un figlio/a che è in collera con la madre, o i genitori, li rimprovera di qualcosa, e ha interrotto la comunicazione con lei o con loro alzando un muro invalicabile

I figli crescono e si confidano meno

Capita sempre più spesso che i genitori si lamentino del fatto che i figli non si relazionino più con loro come facevano qualche anno prima.

Da una parte ci sono i figli adolescenti con i loro bisogni, di crescere, di essere autonomi, di fare “allenamento” per essere futuri adulti, per avere il proprio mondo tagliando il cordone ombelicale che li ancora ai genitori e, dall’altra parte, ci sono le mamme e i papà con le loro preoccupazioni, con i timori, con il bisogno di controllo perché controllando gestiscono la propria ansia e preoccupazione, il loro bisogno di proteggere i figli e saperli al sicuro.

L’esigenza dei figli di crescere

Ma, ti chiedo di porre attenzione a ciò che ti dico: il bisogno del genitore di controllo, il bisogno del genitore di gestire la propria ansia, il bisogno del genitore di sentire che i figli sono al sicuro, il bisogno del genitore di avere la conferma che i figli lo amino ancora: sono tutti bisogni del genitore e non tiene in alcun modo in considerazione le esigenze di crescita dei figli.

Chi è la priorità per il genitore? Se stesso o i figli? Siamo sicuri che i figli debbano rinunciare al proprio percorso di crescita per il bene dei genitori o sono gli adulti a dover trattenere il proprio bisogno di controllo e conferma d’amore?

Il ragazzino parla con gli amici e non più con la mamma? Certo… ovvio… più crescono e più la loro vita smette di essere “genitori-centrica” ed inizia ad essere sempre più “amici-centrica”. È il modo che la natura ha trovato per fare in modo che si allontanassero da noi genitori e iniziassero a effettuare le prove per “essere adulti”.

I figli vogliono farcela da soli

Se i figli esprimessero le proprie paure e tensioni ai genitori, con ogni probabilità, questi entrerebbero in modalità “salvatori” e darebbe consigli o addirittura li aiuterebbero direttamente dando una mano. Questa modalità di intervenire invia il messaggio ai figli “Sei ancora piccolo… hai ancora bisogno di me” che è un messaggio che colma di gioia la maggior parte dei genitori che mantengono il proprio ruolo ma è proprio il messaggio che i figli vogliono evitare per poter dimostrare di crescere.

Cosa dire ai figli che non si confidano

Per concedere ai figli il diritto di cavarsela da soli e per confermare la nostra disponibilità ad esserci in caso lo ritenessero necessario, c’è una frase che ti consiglio di annotare: “Sappi, che se hai bisogno, io ci sono”

Ad un certo punto il genitore deve fare un passo indietro e osservare i propri figli liberi di recitare sul proprio palcoscenico perché non è più il genitore il protagonista sulla scena dei figli.

Noi genitori, ad un certo punto, dobbiamo metterci ad osservare da dietro le quinte, pronti ad intervenire nel caso in cui la situazione stesse volgendo al peggio. A volte i figli non chiedono il nostro intervento per orgoglio e allora è necessario prendere la situazione in mano se ci sono pericoli in vista. Per ogni altra situazione, non pericolosa, lascia che se la sbrighino da soli e accetta che non vogliano condividere con te.

Concedi ai figli il bisogno di riservatezza

Molti genitori mi chiedono: “Ma se non si parla che rapporto è?”. La domanda è opportuna e giustificata. La difficoltà del genitore risiede nel comprendere sino a che punto forzare il dialogo stimolandolo e fino a che punto permettere al figlio di soddisfare il proprio bisogno di distacco dai genitori.

Dobbiamo essere consapevoli che se forziamo il dialogo, se lo pretendiamo, rischiamo di rovinare realmente il rapporto perché non mostreremmo rispetto per la loro fase evolutiva.

Il concetto base di ogni buon genitore

Ora ti dico un concetto che dovremmo appendere in casa: I FIGLI NON SONO LO STRUMENTO PER SENTIRCI APPAGATI.

I figli non sono lo strumento per permettere ai genitori di compensare le frustrazioni, le delusioni, le mancanze d’entusiasmo, i bisogni d’amore, etc. I figli sono i figli e fanno la propria vita, non quella che desideri che facciano. Un figlio non possiamo metterlo al mondo per un nostro bisogno. I figli si mettono al mondo perché abbiamo desiderio di dare, di passare, di consegnare e di amare.

Quando i figli rifiutano ogni dialogo

Poi, c’è la situazione dove un adolescente eleva un muro tra sé e i genitori e c’è da chiedersi fino a che punto sia un atteggiamento sano, per un adolescente “rintanarsi” nella propria camera e scambiare solo pochi monosillabi con i genitori?

Quando un quindicenne dice ai genitori solo: “Lasciatemi in pace” e dal tono della voce, dalla mimica del viso, noti che tracima tristezza o rabbia,  è chiaro che un genitore ha la sensazione di camminare sulle uova e pensa “Se gli parlo e cerco di interagire mi dice che gli dò fastidio, se lo assecondo e interrompo ogni contatto,mi sembra di mandargli un messaggio di disinteresse e distacco”, quindi che si fa?

La risposta ovviamente è molto più complessa di un semplice “fai così”.

È bene precisare una cosa: i figli adolescenti, anche se si sentono ormai grandi, sono in un periodo di paure e preoccupazioni. Magari sono preoccupati per cose che per noi sono delle stupidaggini ma per loro sono fonte di enorme fastidio e preoccupazione, al punto da rapirgli ogni altro pensiero e, magari, pensano solo a quello senza riuscire a vedere una possibile via d’uscita.

Quando attraversano questi momenti, anche se dovessero rifiutare il contatto con te, anche se dovessero rifiutarti, è il loro bisogno di sentirsi ormai grandi e autonomi a parlare, ma tu, genitore, devi ricordare che non ti considerano realmente inutile. Una parte di loro spera e sa, che il genitore è presente, e può intervenire aiutandoli.

Ricordi? “Sappi, che se hai bisogno, io ci sono”.

È chiaro che una parte di loro non vi vuole perché significherebbe ammettere di essere ancora bisognosi d’aiuto e quindi, piccoli, ma una parte vi vuole perché sentono di aver ancora bisogno di voi.

La responsabilità del genitore

Dobbiamo essere chiari e dircelo francamente: è normale che i figli abbiano una maggiore privacy e che il dialogo cambi rispetto a quando erano bambini ma non è normale che costruiscano un muro di incomunicabilità.

Se avviene, se creano questo muro, se il dialogo diventa minimo o si interrompe, gran parte della responsabilità è genitoriale.

L’adolescente ha la necessità di acquisire una sempre maggiore autonomia e se avviene in armonia e con la collaborazione dei genitori che lo accompagnano in questo processo evolutivo di distacco, il ragazzo non sente il bisogno di creare il muro. Però, se i figli ad un certo punto interrompono la comunicazione, spesso significa che qualcosa del nostro atteggiamento, del nostro modo di fare o parlare, ha fatto credere loro che l’unica via possibile, fosse allontanarci, fosse evitarci.

Il cambiamento del genitore per tornare a parlare

Magari li abbiamo troppo giudicati e per non essere più criticati, contestati, per non sentirsi più “non capiti” hanno deciso di evitare il dialogo con noi. In questo caso occorre piano piano cambiare il nostro atteggiamento.

Quando avviene, occorre piano piano far percepire che siamo presenti per dare una mano se desiderano riceverla, ma senza essere invadenti: “Sappi… che se hai bisogno, ci sono… DECIDI TU”.

Devi far capire loro che non sei lì per giudicarli, perché il giudice è sopra al giudicato e loro non vogliono sentirsi inferiori.

Devi far capire loro che non sei lì per continuare a criticarli e condannarli.

Quando i figli alzano il muro, noi genitori ci dobbiamo riguadagnare la possibilità di entrare nella loro vita.

Comunicare non è parlare ma ascoltare

Il problema è che noi genitori dovremmo parlare di meno e ascoltarli di più.

Ascoltarli, senza dire nulla, senza commentare, senza dare giudizi in merito, mostrando semplicemente interesse ma non un interesse investigativo per scovare una loro colpa.

Dovremmo imparare ad ascoltare solo con lo scopo di essere valvola di sfogo, di essere una presenza, di essere lo specchio al quale si rivolgono nella loro solitudine.

Perché i figli non si sentono di poter parlare con noi? Dobbiamo chiedercelo. Cosa abbiamo fatto perché si creasse questa dinamica o cosa NON abbia fatto per permettere che rimanesse aperto un dialogo?

Per rientrare nelle loro vite, spesso è necessario creare presupposti diversi per poter ottenere uno spiraglio e poter riposizionare un ponte levatoio che colleghi il loro cuore al nostro, ma c’è bisogno di impegno, tempo, lavoro e sapere cosa fare.

La rabbia dei figli contro i genitori

E se il figlio ha alzato il muro comunicativo perché prova una rabbia tracimante contro i genitori?

Mi permetto di dare questo primo consiglio: chiedi scusa.

Chiedi scusa non perché hai torto, ma perché dal suo punto di vista lo hai privato di qualcosa che riteneva doveroso.

Non chiedi scusa per dire che ha ragione e che tu hai torto; chiedi scusa per il dolore che sente.

La frase più o meno potrebbe essere: “Ti chiedo scusa se, in qualche modo, ti ho ferito. Ti chiedo scusa perché non era quella l’intenzione. Ho agito credendo di fare il meglio e se ti ho ferito, mi spiace”.

Il chiedere scusa per il dolore o la rabbia arrecata non è il fine ultimo. È il primo passo per abbassare il clima di ostilità e poter tornare ad avere un rapporto. Le spiegazioni avvengono in tempo di pace, quando gli animi si tranquillizzano.

E ricorda. Quando si chiede scusa non si aggiungono le proprie giustificazioni, altrimenti è come se volessi convincere l’altra persona che avevi ragione e, le tue scuse per averlo ferito, verrebbero rigettate.

 

Fabio Salomoni