Professioni d’aiuto: quali sono? Perché se ne parla in relazione al Coronavirus? Cosa succede alle loro famiglie, dopo giornate trascorse in corsia ad aiutare le persone contagiate?

Cosa sono le professioni d’aiuto?

Le professioni d’aiuto. Se ne sente parlare e se ne legge moltissimo oggi, in relazione alla diffusione del Covid-19, il virus che ci sta cambiando radicalmente la vita. Perché? Perchè rientrano in questa categoria professionale diverse figure che oggi sono in prima linea nel soccorrere le persone che contraggono il Coronavirus.

Sono medici e infermieri, ma anche tutti gli operatori socio sanitari che insieme stanno mandando avanti senza sosta interi reparti per salvare vite umane.

Coronavirus e quotidianità

Il Coronavirus ha scosso le nostre vite, ha portato nella nostra quotidianità lo straordinario delle piccole cose quotidiane. Ci accorgiamo di ciò che ha valore sono quando siamo in emergenza.

L’importanza di una passeggiata la si è scoperta quando ci hanno obbligati a rimanere in casa. L’affetto per alcune persone lo si comprende quando si allontanano da noi e ne sentiamo la mancanza. L’infinito piacere di bere un bicchiere d’acqua lo percepiamo quando si ha una gran sete.

Emergenza sanitaria e chi lavora in ospedale

In questo momento di emergenza sanitaria, allo stesso modo, si è compresa l’importanza di coloro che lavorano in ospedale e si prendono cura della nostra salute.

Ho lavorato in ospedale per 25 anni e quindi molti tra i miei contatti facebook sono ex colleghi. Leggo i loro post e vedo le loro foto: occhi stanchi, visi stravolti, segnati dalle mascherine, dagli occhiali di protezione, dal sudore che non possono detergere se non a fine turno e che macera loro la pelle.

Le parole contro il coronavirus e contro il tempo

Le parole che scrivono più spesso in questi giorni sono “battaglia” “guerra” “trincea” e non combattono solo contro il virus, devono fronteggiare e resistere anche contro il tempo perché in questi momenti sembra che non trascorra mai eppure scorre velocissimo perché le incombenze a cui devono assolvere sono moltissime.

Devono combattere con la burocrazia, perché come militari che si trovano senza munizioni, spesso si sentono impotenti non potendo agire come saprebbero per mancanza di quanto sarebbe necessario, vedi mascherine o guanti o camici o mille altri presidi. Devono combattere con la carenza di personale. Devono combattere contro lo stress.

Perché parlano di stress

Tante persone parlano di stress. “Il traffico mi stressa”, “la fila in posta è uno stress”, “mia suocera mi stressa”, “il mio lavoro è stressante”. Ma non esiste stress più grande di quando hai per le mani la vita di una persona che sta per morire.

Quale stress è paragonabile al fatto che le tue scelte, le tue azioni, il tuo saper fare e la tempestività con cui agisci, determinano se qualcuno vive o muore? Se una tua distrazione non determina la vita e la morte, non puoi affermare di essere stressato. Forse sei molto impegnato, affaticato, il tuo lavoro può essere impegnativo, ostico, ma la pressione su di loro è ben altro.

Questo è uno dei problemi maggiori in questo momento: la gioia, l’euforia, l’entusiasmo di quando salvi una vita non hanno ancora trovato spazio. Al momento solo fatica, delusione, frustrazione perché è un po’ come la sensazione di dover svuotare il mare con un secchio, agisci, corri, sgobbi, sudi, ti impegni ma non vedi risultati apprezzabili. A volte ne basterebbe uno, salvarne uno, per ridare forza, speranza, fiducia.

Contagiare i propri cari: una possibilità

Contagiare i propri cari? È una possibilità.

Io mi occupo di famiglia, di figli, di partner e, come se non bastasse, come se non avessero un peso sufficiente da sopportare, consideriamo quanti di loro, quotidianamente a strettissimo contatto con il virus, temono di contagiare i propri cari al ritorno a casa.

L’angoscia per essere un potenziale pericolo per i figli, per i partner o per i genitori con i quali  magari convivono.

Molti hanno deciso di restare a dormire in ospedale, preferendo non godersi l’abbraccio dei propri cari per non correre il rischio di poterli contagiare. Ho saputo di alcuni che hanno deciso di scrivere il proprio testamento… perché la situazione è spaventosa, ben oltre quanto si possa immaginare da casa.

Quando mia moglie Antonella torna a casa dall’ospedale corre in bagno a fare una doccia e a cambiarsi. Non lo fa sempre? Eh, non è come si fa di solito, quando al suo rientro ci abbracciamo e baciamo dando un gioioso bentornato.

Siamo dei professionisti

“Siamo dei professionisti, basta scrivere che siamo eroi”, scrivono i miei amici sui social. Capisco perché lo scrivono. Perché fino a ieri erano considerati capaci solo di fare le iniezioni, provare la pressione e applicare un panno fresco sulla fronte, erano solo esecutori degli ordini del medico, erano considerati bassa manovalanza, senza preparazione, senza conoscenza e senza abilità e chiedono di essere considerati e riconosciuti per il loro sapere, saper fare e saper essere.

Ma miei amici si sbagliano: una cosa non esclude l’altra. Essere eroi significa agire nonostante la paura ed il pericolo, per il bene comune.

Come possiamo non definirli eroi? È ciò che stanno facendo quotidianamente mettendo a repentaglio la propria incolumità fisica e psichica. E sono contemporaneamente dei professionisti perché hanno competenze, conoscenze e abilità che mettono in campo con precisione.

L’altro giorno Antonella mi ha detto una cosa che ho molto gradito: “Sono contenta che voi siate sereni. Al lavoro il clima è pesante, di grande pressione, di tensione altissima. Quando torno a casa e vi vedo sereni, mi tranquillizzo e sto bene”.

Grazie per tutto ciò che fate #iolhosempresaputo



Fabio Salomoni




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