È un periodo di emergenza e cambiamento, di riflessioni e decisioni per il futuro. Sì, perché oltre a una fase 2 della ripresa e ripartenza, occorre iniziare a pensare a cosa si farà quando avremo ripreso le nostre vite.

Fase 2: quale cambiamento?

Cosa ci aspetta nella cosiddetta Fase 2? Il cambiamento fa già parte delle nostre vite, questa clausura forzata ci ha fatto pensare molto. L’argomento di oggi prende spunto, in realtà, da mio figlio Alessandro. 

Lo scorso anno ha iniziato l’esperienza universitaria. Fin da piccolo ha detto che da grande avrebbe fatto il veterinario e terminata la maturità, ha dovuto scegliere se e come proseguire gli studi.

Era indeciso come la maggior parte degli adolescenti quando devono decidere il proprio futuro. Da una parte il forte richiamo per ciò che ha sempre detto essere il proprio sogno, dall’altra parte un inaspettato richiamo per la facoltà di “psicologia”.

Sono stati giorni combattuti, tra dubbi e ricerche di informazioni.

Alla fine, la grande decisione: veterinaria a Lodi.

Andrà tutto bene, anche con qualche cambiamento

Per accedere alla facoltà di veterinaria era necessario superare il test d’ingresso ed erano disponibili solo 80 posti. Alessandro si iscrive, affronta l’esame di ammissione e dopo la trepidante attesa delle graduatorie, la lieta notizia: era entrato.

Inizialmente ha fatto il pendolare sobbarcandosi le 4 ore di viaggio con i mezzi tra andata e ritorno, poi ha scelto di convivere con altre persone in un appartamento vicino all’ateneo. Anche questa esperienza fa parte del processo di crescita.

Iniziano le lezioni, le frequenta, studia, dà i primi esami.

Apparentemente tutto bene, i voti sono incoraggianti (tutti tra il 28 e 30), ma inizia a trapelare una strana insoddisfazione: si accorge di avere nostalgia delle materie umanistiche.

Vabbè qual è il problema, dico io, prende qualche libro e lo legge dando sfogo a questa passione. Soluzione troppo semplicistica che infatti non risolve il problema.

Il cambiamento dopo la quarantena

Arriva la pandemia. L’università interrompe le lezioni dal vivo e iniziano quelle on-line. Affronta altri 2 esami rimediando i soliti voti di cui essere felici, ma… qui viene il bello, torna il dubbio amletico: veterinaria o psicologia?

Come? Dopo un anno? Dopo che hai dato diversi esami? Dopo che hai dedicato tutte quelle ore allo studio e hai avuto la soddisfazione di prendere ottimi voti?

Fatico a capire ma una parte di me lo ammira. Da una parte mi spiace che si siano sprecate così tante risorse, ma una parte di me lo guarda con ammirazione: non è facile andare dai genitori e dire: “Nonostante la media alta di voti, voglio cambiare facoltà”. Oltretutto, da anni continuo a ripetere a tutti di seguire il cammino del cuore, di dare ascolto alle proprie passioni: come posso ora venir meno ai miei stessi principi?

Cambiare è una decisione importante

Cambiare è sempre complesso, a ogni età, in qualunque momento, anche nella fase 2 del dopo Covid-19. Alessandro è convinto ma non lo è. Ha 19 anni e non è facile prendere decisioni importanti. 

Non è questo il compito di noi genitori? Accompagnarli, perché un giorno sappiano fare scelte da adulti.

Parliamo diverse volte e continuo ad essere neutro. Lo ascolto ma non dico mai cosa farei o come la penso perché voglio che prenda le sue decisioni in totale autonomia. Mi spiega di averci pensato per giorni e giorni, di aver analizzato la situazione da ogni punto di vista, di aver compilato un foglio con i pro e i contro delle due scelte, ma non gli è stato d’aiuto.

Io e Antonella, mia moglie, lo ascoltiamo e per noi è evidente che la scelta l’abbia già fatta. Ma lui non se ne rende conto: è la paura di decidere per il cambiamento.

Una sua frase è illuminante: “Studio, apprendo, faccio mie molte nozioni, ma non le trovo interessanti. Forse lo saranno nei prossimi anni, quando mi parleranno di come curare gli animali, ma fino ad allora, mi sembra di non nutrire alcun interesse per ciò che studio”. Eppure, nonostante questa affermazione, è ancora indeciso.

Non ha molto tempo per scegliere: deve disdire l’appartamento in affitto, deve iniziare a informarsi su come e quando iscriversi a psicologia, quando si terrà il test e i tempi sono ristretti.

Il cambiamento? Inizia nell’ascoltare se stessi

Antonella invita Alessandro a smettere di pensarci: deve ascoltarsi. Basta analizzare, basta usare il cervello per valutazioni, calcoli e percentuali; deve collegarsi a ciò che sente visceralmente. Mi associo al suo consiglio e dico: “Se tirassi una monetina come per fare testa o croce e uscisse “veterinaria”, nel profondo del tuo animo, proveresti un moto di stizza e penseresti <<peccato…>> o lo accetteresti di buon grado?”.

Si ferma, ci pensa, si ascolta e poi ci dice: “Domani disdico la stanza dell’appartamento”. Il suo viso è più sereno e rilassato. La tensione è svanita insieme ai dubbi.

In fondo, credo stesse solo cercando il modo per dirlo a sé stesso.

Qual è il ruolo dei genitori?

Quando si hanno dei figli ci si accorge di molte situazioni vissute dai nostri genitori.

Io ho scelto di frequentare l’Istituto Tecnico Commerciale per diventare “ragioniere”. I miei genitori mi hanno lasciato libera scelta dicendo: “Fai ciò che vuoi, tranne l’infermiere”. Ovviamente, qualche anno dopo ho deciso di non fare il ragioniere e ho iniziato proprio la scuola di infermieristica: professione che ho svolto per 25 felici e appaganti anni.

Del resto, cosa vuoi dire a tuo figlio in queste situazioni? Che ha sprecato un anno? Sarebbe stato peggio se questa decisione l’avesse presa al terzo o quarto anno, o all’ultimo. Sarebbe stato peggio se se ne fosse accorto una volta iniziata la professione. Quante persone stanno sprecando la propria vita svolgendo per almeno 8 ore al giorno un lavoro che detestano? Troppe.

Io stesso, dopo tanti anni in ospedale, ho scoperto che c’era qualcosa che mi appassionava ancora di più e che mi faceva sentire ancora meglio: ho lasciato il posto fisso statale ed ho intrapreso l’attività di divulgatore per aiutare genitori e partner ad affrontare al meglio le dinamiche famigliari. Tale padre, tale figlio.

Se mi fossi chiesto cosa avessero pensato e provato i miei genitori quando ho comunicato loro che avevo deciso di cambiare tutto della mia vita, ecco la risposta. 

Quegli anni in ospedale, a contatto con la sofferenza, la propensione ad aiutare chi ne avesse avuto bisogno, non sono stati anni sprecati; sono stati un’esperienza indispensabile e indimenticabile per poter svolgere l’attuale attività con le mie emozioni e competenze. 

Quindi Alessandro, a ben pensarci, non ha sprecato un anno. Ha fatto un anno di esperienze che gli saranno utili lungo il suo imprevedibile cammino verso un futuro felice.